Paris

Bonnuit la France, ovvero come l’immigrazione in Francia è diventata un problema

Negli ultimi mesi Big G mi ha mandato spessissimo in orridi posti alla periferia di Parigi e lavorando ad un progetto di geolocalizzazione devo visitare per davvero queste aree invece di limitarmi a pescare qualche file dal computer. Il lato peggiore di questa vicenda però è che vedere il peggio della Francia ha rovinato l’immagine idilliaca che ho conservato per anni nella mia testa. Champagne et escargots sono stati sostituiti da un disagio davvero difficile da descrivere.

La mia Francia sognata e vissuta

Il mio rapporto d’amore con la Francia è iniziato ancora bambina, nel periodo in cui il passatempo estivo preferito dei miei genitori era quello di passare la frontiera per raccogliere pietre per il giardino roccioso. A me sembravano esattamente uguali alle pietre italiane ed il giardino dei miei genitori è sempre stato così brutto che alla fine è diventato un orto, ma queste gite mi hanno fatto innamorare dei viaggi, con l’esperienza quasi mistica del passare la frontiera, documenti alla mano, per ritrovarsi un metro dopo in un posto esattamente identico, con l’unica differenza della lingua.

La mia prima esperienza formativa en solitaire è stata a dieci anni, durante una gita al Moncenisio. Dopo una frustrante conversazione con i Galli per ordinare un succo di frutta all’albicocca, mio padre mi lasciò libera di andare a comprare un ciondolo in un negozio. In Italia era il periodo degli orribili ciucci di plastica, e in Francia l’avevano sviluppato con qualche variazione più particolareggiata, facendomi intuire molto sullo stile d’oltralpe.

La contrattazione a gesti per un biberon in plastica effetto vetro comunque fu il momento esatto in cui iniziai capii che dovevo imparare il francese se volevo fare uno shopping soddisfacente. L’anno dopo iniziai a studiare francese in un’orribile scuola media statale e, parallelamente alla voglia di fuga, iniziai la tradizione di fare almeno una gita all’anno per curiosare dall’altra parte del confine. I tempi selvaggi prima della convenzione di Schengen sono tutt’oggi tra i miei ricordi preferiti, legati alla ferrovia che portava a Modane e alla diga del Moncenisio con il suo enorme lago artificiale.

La Francia contemporanea

Con i primi viaggi da sola invece ho allargato i miei orizzonti a città più interessanti e turistiche come Parigi e Nizza, sviluppando così un’idea totalmente falsata della Francia. Parigi è certamente meravigliosa, ma basta spostarsi di pochissimo per trovare il degrado.

Houellebecq, uno dei miei autori preferiti, nel suo ultimo libro Soumission (Sottomissione, in italiano), si è immaginato una Francia in cui i musulmani prendono il potere iniziando ad islamizzare la cultura secolare su cui si regge l’attuale democrazia. L’avevo letto con piacere, pensando che fosse tutta un’opera di immaginazione. Dopo aver visto in prima persona le banlieues invece ho dovuto abbandonare la mia opinione positiva sulla Francia, ed ho capito da dove Houellebecq ha tratto ispirazione.

L’impatto negativo con l’immigrazione e le periferie francesi

Se non avessi vissuto in Inghilterra forse l’impatto con le banlieues non sarebbe stato così negativo perché anche in Italia le periferie delle grandi città sono poco vivibili, anche se non al livello francese. Purtroppo invece ho provato per la prima volta una specie di razzismo al contrario, il sentirmi fuori posto in un luogo che, come europea, dovrebbe geograficamente e culturalmente appartenermi.

In Inghilterra non si fa tanta retorica sull’immigrazione, anzi con la Brexit i toni a volte si fanno piuttosto duri, ma a livello pratico stranieri e British vengono trattati allo stesso modo. Pur non parlando inglese perfettamente ho avuto accesso ad un buon lavoro grazie alle mie competenze, cosa che in Italia non sarebbe mai successa ad uno straniero appena arrivato nella mia posizione.

In Francia e in Italia invece ci si scalda tantissimo sulla sorte dei poveri migranti, con opinioni falsamente buoniste che oscillano tra il “bisogna dargli casa e lavoro” a “aiutiamoli a casa loro”, mentre in concreto nulla viene fatto riguardo all’integrazione. Abitare a Torino per un paio d’anni in un palazzo pieno di stranieri mi ha fatto passare da paladina dei diritti umani ad una sana perplessità. Avevo iniziato a fare amicizia con alcune donne egiziane, le quali, salvo casi particolari, non avevano nessuna intenzione di imparare bene l’italiano e cercarsi un lavoro, bensì continuare a fare figli che non erano neanche in grado mantenere decorosamente. Quando ti ritrovi faccia a faccia con queste situazioni i dubbi sull’integrazione si fanno avanti.

In Francia è ancora peggio perché le periferie delle grandi città, dalla fine degli anni sessanta, si sono riempite di migranti provenienti dalle ex-colonie che stavano ottenendo l’indipendenza. Queste zone sono diventate in fretta sovraffollate e, a causa del degrado e della mancanza di infrastrutture, è aumentata la criminalità, rendendo le banlieues i ghetti invivibili che sono oggi.

Non per nulla, a causa dell’emarginazione sociale dei loro abitanti, si sono verificati spesso episodi di rivolta, tra cui gli ultimi di fine 2015, che hanno avuto molta eco anche sui media italiani. Qui di francesi bianchi non se ne vede quasi nessuno, e doverci passare è un’esperienza surreale perché si vede gente sputare e buttare immondizia per terra senza problemi, così come è impensabile trovare un posto decente in cui mangiare perché ogni ristorante è stato trasformato in un kebabbaro halal, la cui igiene grida vendetta. La situazione è così brutta che il posto più pulito e decente in cui andare a pranzo è McDonald’s, quando c’è.

Le mie (parziali) conclusioni su quello che ho visto e vissuto nelle banlieues

Io non sono francese, e dopo aver visto tutto questo non credo vorrò mai vivere in Francia, se non nel centro di qualche bella città. In questi pochi mesi in cui ho viaggiato nell’hexagone ho iniziato a capire da dove nasce il consenso a personaggi orribili come Marine Le Pen e le relative ondate di nazionalismo. Non riesco a spiegarmi se la colpa è del nostro buonismo permissivo o degli stranieri che per primi non cercano di integrarsi.

In Inghilterra non ho visto nulla di tutto questo. Per quanto grezzi siano i British su alcune cose, alla base della loro cultura c’è un rispetto incredibile per la cosa pubblica e i diritti individuali, partendo dal rispettare i limiti di velocità fino al non fare rumore in casa per non disturbare i vicini. Nonostante gli inglesi siano fondamentalmente individualisti – non c’è una cultura sindacale come in Francia e in Italia, per esempio – solo in Inghilterra ho trovato una società veramente multiculturale, dove è normale incontrare persone di ogni colore perfettamente integrate, come colleghe con il velo o poliziotti tatuati. Una delle caratteristiche principali per cui ho iniziato ad amare l’Inghilterra è proprio questa totale mancanza di discriminazione, inesistente nell’Europa continentale.

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