Le disavventure di un inglese in Italia

Bureaucrashit, ovvero lo scontro di un inglese con la burocrazia italiana

➽ Questo post è scritto da MyLove ❤️ e spero sia il primo di una lunga serie, se non scappa di corsa dall’Italia!

Brentry, ovvero l’arrivo di un inglese nel sistema UE

Se qualcuno vi chiedesse di nominare un’idea ridicola, ce ne sono tante:

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Per me, cittadino della grande democrazia inglese, l’idea ridicola che le batte tutte per stupidaggine è la Brexit. Per combattere questo fallimento del popolo ho quindi deciso di rimpatriarmi e traslocare a Torino.

In teoria questo dovrebbe essere semplice perché ho il passaporto italiano, essendo nato qui. Mi serve solo la residenza, una cosa che in Inghilterra si ottiene con una chiamata all’ufficio competente, giusto per informarli.

Non in Italia, qui sono finito nel giro infinito della burocrazia che è riconoscibile quanto la pizza e la Juve per essere un’orgoglio nazionale.

Come richiedere la residenza in Italia se hai vissuto all’estero

Per ottenere la residenza, prima devo presentare i miei documenti all’anagrafe più vicina, con un modulo completato dalla mia compagna la quale dichiara che vivo con lei e non ho intenzione di dormire sotto un ponte. Poi devo trovare un medico. Mi serve anche un permesso per parcheggiare l’auto se non voglio pagare più di venti euro al giorno.

Tutto questo sarebbe fattibile in un’ora a casa, dove le informazioni richieste sono tutte conservate su una serie di computer collegati. Il computer è un’invenzione non tanto recente, e sono sicuro che anche voi care lettrici ne abbiate uno. Ma il tizio all’anagrafe preferisce farmi scrivere con una penna e un modulo di carta perché qui a Torino questa tecnologia interconnessa sembra non essere ancora arrivata.

L’anagrafe, che fortunatamente si trova a cinquanta metri da casa, apre alle otto di mattina quindi potrei andare dopo colazione, compilare il modulo, e ricevere la residenza.

No.

La coda comincia sul marciapiede circa un’ora prima dell’apertura, e sembra composta da vecchietti che più che altro vogliono lamentarsi di chissà cosa. Io non ho ascoltato né partecipato alla discussione perché non avendo la residenza non sono ancora obbligato a fare bella figura con gli sconosciuti.

Gente in coda da qualche parte, foto di La Stampa
Gente in coda da qualche parte, foto di La Stampa

Quindi arriviamo verso le sette e un quarto e aspettiamo in strada accanto al marciapiede, finché verso otto e venti, quando gli impiegati hanno finito il caffè, la porta si apre. A questo punto, la civiltà della coda mattutina che ha legato insieme questo gruppo di sfigati che si sono alzati all’alba, evapora.

C’è una corsa su per le scale per essere il primo a prendere un numero per la coda, quella dentro all’ufficio, non la pre-coda di prima. Io che zoppico, arrivo ultimo, con un paio di lividi nuovi. Aspetto che chiamino il mio numero, circa 3068 se mi ricordo bene, a mi presento allo sportello giusto, dove una gentile signora super utile mi informa che gli otto anni di coda che ho fatto sono sprecati perché lei non può aiutarmi. Devo presentarmi allo sportello numero 2 quando si libera, sperando che la persona con il biglietto giusto non mi accoltelli per avergli rubato il posto.

Quindi, rischiando la mia vita, seguo le istruzioni ricevute e, quando incontro il suo collega, scopro che la donna con cui ho appena parlato è una vera martire del lavoro. Per comodità chiameremo Davide questo nuovo impiegato dell’anagrafe.

Davide passa tra il voler dimostrare l’importanza della sua posizione facendomi capire che quello che lui non sa non vale saperlo, al dirmi direttamente “io questo non lo faccio”.

A questo punto devo spiegare che io mi sono limitato a dire le mie generalità mentre la mia compagna trattava con questo elenco di pagliacci ambulanti, risparmiandomi lo scoppio del cuore per la frustrazione.

Davide comunque ci spiega che la nostra richiesta può solo essere definita tramite appuntamento, con il primo posto disponibile tra sei settimane. All’appuntamento dovrò portare anche il codice fiscale che non ho.

Alla conquista del codice fiscale all’Agenzia delle Entrate

Per ottenere un codice fiscale, saliamo sui mezzi pubblici e attraversiamo la città per andare in un altro ufficio dove c’è un’altra pre-coda, questa volta sulla strada, lunga almeno venti chilometri. Questa coda è solo per entrare nell’ufficio e anche qui c’è il solito coro di vecchietti brontoloni. Grazie a loro, capisco l’ironia di chiamare qualcun altro lamentoso.

Entriamo – a questo punto dovrebbero essere undici anni che siamo in coda – e ci danno un’altro bigliettino con su stampato un codice alfanumerico illeggibile. E incredibilmente ci chiamano dopo solo quindici minuti di attesa. Il tizio che incontriamo è insolitamente bravo nel suo lavoro, e dopo un paio di chiarimenti mi dà un foglio con su stampato il mio nuove codice fiscale.

Fatto!

Non mi aspettavo a questo punto un livello di competenza così alto, ma sono felice. Questa felicità suscita in me una speranza che anche la prossima visita andrà bene. Il giorno dopo andiamo all’ASL a richiedere un dottore perché questo ufficio chiude dopo pranzo. Anche qui ripetiamo la solita pre-coda famosa e dopo solo qualche secolo ci ritroviamo allo sportello dove un’altra signora competentissima ci dice più che altro che non ci può aiutare.

Dopo che la mia compagna le spiega come fare il suo lavoro, risulta che posso avere un dottore temporaneamente, ma dovrò ripresentarmi a fine mese con altri documenti vari per far vedere al genio che vive nella lampada sotto la scrivania che effettivamente vivo qui.

L’happy ending della colazione al bar

Lo stress sale così tanto che suggerisco colazione. Se sto contando bene, ci siamo alzati ieri verso le sei di mattina, non abbiamo ancora finito il giro degli uffici pubblici, abbiamo passato solo trecento anni in coda, ma siamo ancora in tempo per caffè e brioche.

Seduti con gli alimenti in mano, la magia della caffeina e dello zucchero fanno evaporare il disagio causato dai viaggi sofferti fino a questo punto, e sentiamo che tutto va bene nel mondo.

In Inghilterra è vero che il caffe è scarso e il cibo pieno di zucchero e burro, ma gli uffici pubblici sono un pelo più efficienti e gli impiegati più utili. Concludo quindi che il caffè, il vino e l’ottimo cibo qui in Italia, qualità riconosciute globalmente come marchi del Bel Paese, sono le uniche cose che fermano risse e rivoluzioni ogni dannato giorno!

Tom Meneghello con una forma di Parmigiano Reggiano
In Italia tutto è complicato e confuso, ma almeno c’è il formaggio

➽ Se avete amato questo articolo potete seguire, in inglese, l’avventura di Tom con la Brentry su Twitter o leggere Ouchmyface, il suo blog su gaming e disabilità.

2 Replies to “Bureaucrashit, ovvero lo scontro di un inglese con la burocrazia italiana

  1. Perchè sei voluto venire in un paese che sta indietro con gli standard Europei di almeno 30 anni??finalmente mi portano l’ADSL appena l’ho saputo mi sono messo quasi a piangere peggio di quando e nato mio nipote

Fatemi sapere cosa ne pensate con un commento :)