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Il viale di accesso del campo di detenzione di Atlit, vicino a Haifa, Israele

Il campo di detenzione di Atlit in Israele

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Durante il mio primo viaggio in Israele avevo visitato l’Atlit Detainee Camp Museum, un luogo molto significativo nella storia di Israele pressoché sconosciuto all’estero. Il campo di detenzione di Atlit, a una trentina di chilometri da Haifa, è stato una specie di campo di concentramento istituito dal mandato britannico per la Palestina per impedire l’immigrazione illegale degli ebrei in fuga dal nazismo. Oggi invece è un museo molto toccante in cui si intrecciano le storie di Europa e Israele.

Perché esisteva un campo di detenzione a Atlit

Per spiegare come è nato il campo di detenzione di Atlit è necessario fare una piccola premessa storica visto il pasticcio geopolitico della Palestina. Ai tempi in cui fu insediato il campo di detenzione per gli ebrei, Atlit non faceva parte dello Stato di Israele, ma rientrava sotto il mandato britannico per la Palestina, in un’area a maggioranza araba.

La situazione della Palestina sotto il mandato britannico

Il mandato britannico, in inglese ‘Mandatory Palestine’, fu stipulato in seguito agli accordi Sykes-Picot del 1916 dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nella prima guerra mondiale. Secondo una visione prettamente eurocentrica, lo scopo del mandato era quello di aiutare (!) le colonie degli imperi sconfitti a svilupparsi in previsione del futuro ritiro delle potenze vincitrici.

Ovviamente la situazione della Palestina era già così ingarbugliata all’epoca che neanche gli inglesi furono in grado di mantenere una pace duratura. La situazione peggiorò dopo la dichiarazione Balfour del 1917 interpretata come un avallo del Regno Unito a creare degli insediamenti ebraici in Palestina.

A partire dagli anni Venti gli ebrei del movimento sionista iniziarono quindi a migrare nei territori del mandato britannico per la Palestina, scatenando come conseguenza la grande rivolta araba che durò dal 1936 e il 1939.

La nascita del campo di detenzione di Atlit

Con questa situazione, gli inglesi furono costretti dalla parte araba della popolazione a limitare l’immigrazione degli ebrei in Palestina, immigrazione che però aumentava sempre di più a causa delle persecuzioni del nazismo. Nonostante il blocco infatti più di 122.000 persone provenienti dall’Europa e dall’Africa settentrionale scelsero di rifugiarsi in Palestina, cercando la protezione del mandato britannico.

Le autorità inglesi – e questo particolare mi ha sconvolto perché ho sempre visto il Regno Unito come garante dei diritti e delle libertà – istituirono quindi un campo di detenzione a Atlit per impedire l’accesso in Palestina ai rifugiati, aderendo alle richieste arabe di limitare l’immigrazione ebraica.

L’Atlit Detainee Camp rimase in funzione a questo scopo fino al 1945 quando una squadra di ribelli ebraici della quale faceva capo anche Yitzhak Rabin, futuro primo ministro di Israele, fecero irruzione nel campo, permettendo ai detenuti di fuggire. In seguito a questo evento il governo britannico non cambiò politica, ma rinchiuse gli immigrati irregolari nei campi di internamento di Cipro, un altro pezzo di Storia praticamente sconosciuto nei nostri libri di scuola.

Il campo di detenzione di Atlit dopo il 1945

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il campo di Atlit fu riaperto perché sempre arrivavano più immigrati irregolari, tra cui molti sopravvissuti all’Olocausto che viaggiarono attraverso la rete di immigrazione clandestina.

Successivamente, durante la guerra arabo-israeliana del 1948 , il campo di detenzione di Atlit servì come campo di prigionieri di guerra e campo di internamento civile per arabi locali, mentre durante la guerra del 1967 vennero rinchiusi a Atlit prigionieri di guerra egiziani e cittadini libanesi.

Le baracche del campo di detenzione di Atlit, vicino a Haifa, Israele
Scorcio del campo di detenzione di Atlit con vista sulle baracche dei dormitori

L’Atlit Detainee Camp Museum

Il campo di detenzione di Atlit nel 1987 è stato dichiarato patrimonio nazionale di Israele e trasformato in museo, con un centro educativo sull’immigrazione clandestina ebraica (ha’apala). L’intera struttura è stata ristrutturata e sono visibili le recinzioni di filo spinato, le torri di avvistamento, la caserma di disinfezione e la caserma residenziale esattamente com’erano durante il periodo di funzionamento del campo.

Il museo del campo di detenzione di Atlit è molto particolare perché quasi nessun turista europeo lo conosce. Pur essendo molto vicino a Haifa, città turistica in cui fermano pure le navi da crociera, quando sono andata io ero l’unica straniera in mezzo a visitatori esclusivamente israeliani.

Ho trovato la visita al museo molto toccante perché per alcuni aspetti mi è sembrato quasi di rivedere il campo di concentramento di Dachau, pur senza l’orrore della politica di sterminio. La struttura stessa del campo è infatti molto simile ai campi tedeschi e c’è una triste ironia della sorte nel fatto che transitarono di qui decine di migliaia di ebrei immigrati irregolari in fuga dal nazismo.

L’accesso al campo di detenzione

Da un plastico del campo all’inizio del percorso di visita possiamo notare subito un’inquietante analogia con la struttura dei campi di concentramento nazisti. Le baracche con i dormitori erano molto simili e disposte in file regolari con una strada centrale, così come torretti di guardia e filo spinato tutto intorno.

Il percorso di visita del museo ci spiega come lo stesso ingresso al campo di detenzione di Atlit fosse un evento traumatico. Dopo una suddivisione tra uomini e donne, gli internati venivano fatti spogliare e mandati nelle docce dopo essere stati spruzzati con DDT. Anche i pochi oggetti personali venivano sanificati, spesso rovinando irrimediabilmente le poche foto e i ricordi che erano riusciti a portare con loro.

Io sono rimasta abbastanza sconvolta perché non mi sarei mai immaginata questo trattamento dei profughi ebrei sotto il mandato britannico per la Palestina. Delle persone in fuga dalle persecuzioni naziste, o addirittura sopravvissuti ai campi di concentramento, si erano trovate nuovamente private della libertà, quando cercavano solo un luogo in cui vivere in pace.

Le docce all'ingresso del campo di detenzione di Atlit, vicino a Haifa, Israele
Le docce all’ingresso del campo di detenzione di Atlit

La nave Galina

Una parte molto suggestiva del percorso di visita è la nave Galina, attraccata sulla terraferma, che ospita una mostra interattiva sui viaggi in mare percorsi dagli immigrati ebrei per raggiungere la Palestina.

L’immigrazione illegale degli ebrei in Palestina durante il mandato britannico si svolse infatti prevalentemente via mare, per circa 140 viaggi totali, e oltre la metà delle navi fu fermata dalle pattuglie britanniche che internarono i profughi nel campo di detenzione di Atlit o a Mauritius prima e in seguito a Cipro.

La nave Galina è attraccata sulla terraferma, quindi nessun problema per chi soffre il mal di mare, e di fianco c’è una scultura a forma di onda blu in memoria degli ebrei che persero la vita durante l’immigrazione clandestina.

La nave Galina nel campo di detenzione di Atlit, vicino a Haifa, Israele, nella quale possiamo vedere l'esposizione sull'immigrazione ebraica in Palestina via mare
La nave Galina del campo di detenzione di Atlit nella quale possiamo vedere l’esposizione sull’immigrazione ebraica in Palestina via mare

📌 Atlit Detention Camp
Atlit

Scrivimi nei commenti ⬇︎ se conoscevi già questa parte della Storia anglo-israeliana e l’esistenza di un campo di detenzione a pochi chilometri da Haifa.

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2 commenti

Salvina 07/07/2020 - 08:18

È la prima volta che sento parlare di questo campo di detenzione e per quanto sia testimone di atrocità, lo trovo davvero interessante: questi luoghi dovrebbero farci riflettere e cambiare, invece ancora oggi si commettono gli stessi “orrori”! Geniale l’idea di riqualificare la nave Galini convertendola in sala espositiva, adoro questi “cambi di rotta”!

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Paola 07/07/2020 - 08:45

Questo luogo per noi italiani è davvero surreale perché sui libri di scuola abbiamo sempre studiato la Storia con una netta suddivisione di buoni e cattivi, mentre ad Atlit ho scoperto che i buoni in realtà non erano sempre così buoni… per questo motivo andrebbe pubblicizzato di più, non solo per il turismo interno, ma per cambiare il nostro sguardo

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