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International Slavery Museum di Liverpool

un museo per scoprire la storia e le colpe dello schiavismo britannico

di Paola
15 commenti

L’International Slavery Museum è l’unico museo in Europa che racconta la storia del commercio degli schiavi. Situato nell’area dell’Albert Dock di Liverpool e inaugurato nel 2007, nell’anniversario del bicentenario dell’abolizione del commercio degli schiavi in Gran Bretagna, il Museo Internazionale della Schiavitù si occupa di divulgare e diffondere risorse sui diritti umani.

Museo Internazionale della Schiavitù di Liverpool: cosa vedere

Oggi, in Inghilterra, puoi osservare la piena integrazione delle persone provenienti dalle ex colonie nella società britannica. Anche se hai studiato il colonialismo e la schiavitù a scuola, spesso questi argomenti sembrano distanti, soprattutto se sei di etnia bianca.

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Tuttavia, la deportazione degli schiavi africani in America è stata un elemento cruciale per la formazione e lo sviluppo delle colonie europee. Una visita all’International Slavery Museum può aiutarti a comprendere l’eredità di questo periodo storico. L’esperienza è profondamente coinvolgente e il percorso di visita creato apposta per farti percepire la gravità della schiavitù. Se sei bianca, alla fine del percorso sentirai quasi il peso della colpa di questa mostruosa pagina di storia.

L’obiettivo dell’International Slavery Museum infatti è proprio affrontare l’ignoranza e l’incomprensione riguardo all’impatto profondo e duraturo che la schiavitù e il commercio degli schiavi hanno avuto in Africa, Sud America, Stati Uniti, Caraibi ed Europa Occidentale. Il museo inizia illustrando la vita nell’Africa Occidentale, approfondisce l’analisi dell’economia schiavista e termina con una panoramica sulle lotte per i diritti civili dei neri.

Chi erano gli schiavi

All’International Slavery Museum di Liverpool ho scoperto che tra il 1500 e il 1900 gli europei sradicarono dalla loro terra milioni di africani per spedirli in America via nave durante viaggi in condizioni terribili. Le persone ridotte in schiavitù erano agricoltori, mercanti, mariti, mogli, sacerdoti, soldati o musicisti. Facevano parte di una cultura diversa da quella europea, ma non per questo meno importante.

Chiamare queste persone con il nome collettivo di “schiavi” le priva della loro identità personale. Dalla visita sorge quindi spontanea la riflessione che provenire da un Paese con usanze differenti non dovrebbe mai giustificare separazioni forzate e abusi. Argomento ancora oggi purtroppo di attualità.

La vita nell’Africa Occidentale

La prima sezione dell’International Slavery Museum si chiama proprio Life in West Africa e spiega la vita in Africa Occidentale prima del colonialismo. I popoli dell’Africa occidentale infatti erano suddivisi in regni, città-stato e altre organizzazioni territoriali, ognuna con una propria lingua e cultura.

Per esempio, i regni di Mali, Benin e Congo erano strutture pari a quelle europee, con re che governavano centinaia di migliaia di sudditi. In altre aree invece vigevano sistemi politici più semplici che si basavano sugli accordi presi tra le persone dei singoli villaggi. A livello culturale gli africani avevano competenze in materie come la medicina, la matematica e l’astronomia. Nel campo dell’artigianato erano invece esperti nella produzione di oggetti in bronzo, avorio, oro e terracotta.

Questa sezione non è particolarmente emozionante, ma ho trovato interessante scoprire l’Africa da un punto di vista nuovo. Un’Africa polo culturale che ha influenzato, seppure solo per un periodo limitato di tempo, il resto del mondo. Cultura e strutture sociali dell’Africa pre-coloniale poi cancellate dalle potenze europee.

La riduzione in schiavitù e il trasporto via nave

La seconda parte dell’esposizione racconta come gli schiavi africani siano stati obbligati a lavorare nelle piantagioni americane. Qui puoi esplorare sezioni dedicate all’economia della schiavitù, al trasporto via nave degli schiavi e alla vita nelle colonie.

A centinaia di anni di distanza risulta molto difficile anche solo pensare al fatto che si potessero comprare altri esseri umani. Per noi è qualcosa di culturalmente inconcepibile, ma all’epoca gli africani venivano trattati dagli europei quasi come animali da macello. Il viaggio via nave verso l’America durava dalle otto alle dieci settimane durante le quali moltissimi schiavi morivano di malattia e stenti.

Equipaggio delle navi schiaviste che abusa i prigionieri
Equipaggio delle navi schiaviste che abusa i prigionieri

L’idea del commercio degli schiavi risulta ancora più assurda se pensi al fatto che tra quegli stessi regni africani da cui provenivano gli schiavi ci fossero già da secoli fiorenti commerci di oro, avorio e spezie con gli europei. I commercianti europei però iniziarono a rapire direttamente e in seguito acquistare le persone africane per la semplice legge economica della domanda e dell’offerta.

In America infatti i proprietari delle piantagioni continuavano a richiedere sempre più schiavi per poter soddisfare la crescente domanda di zucchero, caffè e cotone in Europa. Mercato che ahimè divenne molto più redditizio rispetto ad altri commerci.

Il lascito della schiavitù

Nell’ultima parte dell’esposizione viene ricordato il razzismo e la discriminazione subita dalla popolazione nera anche dopo l’abolizione del commercio degli schiavi. In questa sezione ci sono anche numerosi esempi di persone di origine africana hanno contribuito a modellare cultura e società di America e Europa.

I protagonisti qui sono principalmente Martin Luther King, il movimento dei diritti civili e le Pantere Nere. Persone e gruppi che hanno cambiato il modo di vedere i neri. Sulla parete Black Achievers Wall sono invece celebrati neri famosi come la medaglia d’oro alle Olimpiadi Kelly Holmes, il pugile Muhammad Ali, la presentatrice televisiva Oprah Winfrey e l’eroina della guerra di Crimea Mary Seacole.

Triangle Trade: le rotte marittime del commercio degli schiavi attraverso l’Oceano Atlantico

L’economia della schiavitù è un argomento emotivamente impattante e molto interessante per capire come il denaro e la necessità di manodopera a basso costo sia stato il movente che ha fatto considerare per moltissimo tempo delle persone come merci.

Per indicare le rotte commerciali dello scambio di beni e persone tra il 1500 e il 1900 si utilizza la definizione di triangle trade, o commercio triangolare, perché comprendeva passaggi in tre continenti diversi. In questo viaggio si combinavano infatti i capitali europei con la manodopera africana e le risorse americane per rifornire il mercato europeo.

Le navi commerciali partivano dall’Europa con tessuti, liquori e armi da fuoco, da scambiare in Africa con gli schiavi da trasportare in America. Rientravano quindi in Europa cariche di materie prime come zucchero, caffè, tabacco e cotone, prodotte dal lavoro degli schiavi.

Mappa del 'triangle trade' o commercio triangolare
Mappa del ‘triangle trade’ o commercio triangolare

Con il crescere dell’importanza e autonomia delle colonie, si aprì anche una rotta diretta verso l’Africa ad opera dei coloni americani che non seguiva il percorso triangolare dei commercianti europei. Questa diversa rotta aumentò di importanza dopo il 1800, in particolare dal Brasile, senza tuttavia apportare miglioramenti al trattamento per gli schiavi.

Le nazioni europee coinvolte nella tratta degli schiavi erano davvero molte. La Gran Bretagna attuava questo tipo di commercio attraverso società private come la Royal African Company di Londra che per un periodo ne fu anche monopolista.

Sezione di una nave per il trasporto e commercio degli schiavi
Sezione di una nave per il trasporto e commercio degli schiavi

La diaspora africana

La presenza di neri in America ed Europa, se escludiamo le migrazioni più recenti, è una diretta conseguenza della diaspora africana. Ovvero dello spostamento forzato delle milioni di persone ridotte in schiavitù per più di 2.000 anni.

Il viaggio degli schiavi per nave attraverso l’Atlantico, middle passage in inglese, durava generalmente da 6 a 8 settimane durante il quale morivano moltissime persone. Una volta arrivati in America, gli africani sopravvissuti al viaggio venivano messi in vendita per lavorare come schiavi nelle piantagioni.

Purtroppo il middle passage non avveniva in modo così diretto perché le navi schiaviste passavano mesi viaggiando lungo la costa africana per acquistare il loro carico di persone. I prigionieri erano spesso in cattive condizioni di salute a causa degli abusi fisici e mentali che subivano appena salivano a bordo.

Gli uomini venivano incatenati tutti insieme sul ponte in uno spazio ridotto. Le donne e i bambini venivano tenuti in quartieri separati con una limitata libertà di movimento che però esponeva loro alla violenza e all’abuso sessuale dell’equipaggio.

Al raggiungimento della costa americana, l’equipaggio delle navi schiaviste obbligava i prigionieri africani a lavarsi e rasarsi per venire presentati ai piantatori e grossisti interessati all’acquisto. Quasi nessuna famiglia riusciva a restare unita perché i proprietari e i loro sovrintendenti cercavano di cancellare le identità dei loro schiavi e rompere tutti i loro legami con il passato in modo da costringerli ad ad adattarsi alle nuove condizioni di vita e lavoro per sopravvivere.

Molti africani ridotti in schiavitù non sono riusciti a resistere alla brutalità dei trattamenti, e si sono suicidati e lasciati morire, mentre quelli che resistevano venivano puniti. Si tratta di una storia tristissima perché per queste persone non c’era nessuna possibilità di salvezza, solo una vita di lavoro forzato davanti a loro.

Schiavi nelle piantagioni di cotone
Persone ridotte in schiavitù e costrette a lavorare nelle piantagioni di cotone

International Slavery Museum a Liverpool: informazioni pratiche per la visita

L’international Slavery Museum di Liverpool si trova all’Albert Dock, un sito patrimonio UNESCO dove nel XVIII secolo venivano riparate e attrezzate le navi mercantili. L’ingresso è gratuito.

Nella stessa area si trovano le esposizioni permanenti sui naufragi dei transatlantici Titanic e Lusitania al Merseyside Maritime Museum. Poco distanti il museo The Beatles Story e la Tate Liverpool, eventualmente visitabili nello stesso giorno.

International Slavery Museum
Albert Dock
L3 4AQ Liverpool

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L’International Slavery Museum di Liverpool racconta una storia estremamente intensa e coinvolgente, in grado di suscitare profonde riflessioni su questioni cruciali. Visitandolo cambierà sicuramente il tuo modo di percepire la storia e il mondo che ti circonda. Scrivimi nei commenti se hai già visitato questo museo o se pensi di includerlo tra i luoghi da vedere nel tuo prossimo viaggio a Liverpool.

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15 commenti

Elisa 05/03/2018 - 10:05

la storia e i musei sono fatti per insegnare, farci capire la realtà attuale e non farci ripetere gli stessi errori. La schiavitù esiste ancora, oggi, nel 2018. Visitare un posto simile fa sicuramente accapponare la pelle e pensare!

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Paola 05/03/2018 - 21:03

Accapponare la pelle no perché è un museo allestito con molta intelligenza, fa riflettere senza spaventare. Una volta tornata a casa però quei pensieri non ti lasciano più stare e tornano a fare capolino ogni volta che senti le notizie dei migranti o dei caporali nell’agricoltura…

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Giovy Malfiori 04/03/2018 - 15:04

Museo molto interessante. Ci sono stata due volte e, chissà perché, non l’ho ancora raccontato sul blog.

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Paola 04/03/2018 - 15:33

Per una volta allora ti ho battuta sul tempo 🙂

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marina lo blundo 24/02/2018 - 23:01

è importante che esista un museo dedicato ad un tema così importante e grave della storia dell’umanità. Un capitolo della storia occidentale che ha avuto implicazioni incredibili sulla società umana mondiale. Hai fatto un resoconto completissimo su questo museo e soprattutto sui suoi contenuti: come dici bene, in Italia abbiamo una percezione fievolissima di cosa fu il fenomeno dello schiavismo

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Paola 25/02/2018 - 10:44

Dello schiavismo studiato a scuola mi ricordavo solo che gli schiavi lavoravano nelle piantagioni di cotone e prima di visitare questo museo non avevo idea di quanto il fenomeno fosse più vasto

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ricordinvaligia 23/02/2018 - 20:23

Liverpool è una città che mi attira molto e che visiterei molto volentieri. Questo museo è importante e sicuramente conoscere meglio tanta parte di questa drammatica e terribile storia delle popolazioni africane ci farebbe avere una prospettiva del tutto diversa su tanti avvenimenti odierni. Purtroppo tante vicende di oggi ci dimostrano che l’abolizione della schiavitù è spesso più ipotetica che reale.

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Paola 23/02/2018 - 21:49

Infatti è molto triste pensare che la schiavitù “codificata” non esiste più, ma anche senza guardare troppo distante da noi troviamo capolarato e sfruttamento dei migranti

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toochiclauratravellifestyle 23/02/2018 - 19:22

Post molto interessante non conoscevo questo museo.

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K AROUND THE WORLD (@konsuelogennari) 23/02/2018 - 17:03

La piaga della schiavitù è un argomento storico che ha molto interesse per me, ho letto e mi sono informata spesso su questo triste periodo storico, penso che sarebbe molto interessante per me visitare il museo.

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Paola 23/02/2018 - 17:25

Questo museo è davvero toccante, ma allo stesso tempo utilissimo per capire un fenomeno così assurdo come quello della schiavitù

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oltreleparole 23/02/2018 - 13:48

Non credo che in Italia argomenti importanti come questo, ricevano il giusto spazio. O almeno questa è l’impressione che ho io ma potrei anche sbagliarmi. E’ bello vedere come a Liverpool invece ci sia un museo intero che da la possibilità di approfondire la storia e capire meglio il passato.

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Paola 23/02/2018 - 14:29

In Italia ho visitato alcuni musei interessantissimi però effettivamente si basano tutti sulla storia e l’arte più antica, non ho mai trovato riferimenti alla contemporaneità. Poi c’è anche tanto razzismo sottile e meno multiculturalità quindi un museo sulla schiavitù da noi probabilmente verrebbe contestato invece che apprezzato…

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ioviaggiocosi 23/02/2018 - 12:53

Bellissimo post.. davvero interessante!
Sarebbe giusto visitare musei come questo per rendersi conto di ciò che succedeva e per riflettere..
Se dovessi capitare a Liverpool ci andrei sicuramente..
Grazie per averlo condiviso! 😉

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Paola 23/02/2018 - 14:35

I musei di Liverpool sono tutti davvero curatissimi, hanno fatto un grande investimento sulla cultura!

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